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  • Poi torno a casa.

    Poi torno a casa.

    La gravidanza per me è una benedizione.

    Sono connessa al mio corpo, lo ascolto, so cosa mangiare e cosa no.

    Abbandono il caffè e la carne rossa, bevo tantissima acqua con il limone, faccio yoga sia a lezione che a casa, faccio reiki a me e alla bambina, meditazioni di connessione con la piccola e visualizzazioni per prepararmi al parto.

    Mi vedo bellissima, la mia pelle è radiosa e anche i miei capelli sembrano più lucenti.

    Leggo moltissimi libri di psicologia, pedagogia, nutrizione e maternità.

    Entro in un gruppo Facebook di pannolini lavabili e inizio a cucire mussole e lenzuolini.

    Sono lanciatissima, felice, emozionata, wow!

    Il parto va esattamente come l’avevo visualizzato.

    Partorisco in ginocchio assecondando le esigenze del mio corpo.

    Le tecniche di respirazione apprese mi sono utilissime, non passo neanche per la sala travaglio.

    La bimba ha deciso di nascere 15 giorni prima della data presunta e l’ha fatto anche velocemente. Insomma, sembra una normalissima, banalissima storia ma poi saluto l’ospedale e torno a casa…

    È sabato.

    Al mio rientro trovo le teglie unte e puzzolenti di grasso lasciate dal mio compagno che si era cucinato le salsicce il giorno prima.

    Diciamo che mi aspettavo un rientro meno odoroso. Vabbè, le stoviglie si lavano.

    Mentre mi sistemo sul letto con la piccola addosso e faccio programmi per la settimana, lui mi dice: “lunedì torno al lavoro.”

    E io che pensavo di averlo a casa almeno la prima settimana dopo il parto, mi sento crollare il mondo addosso.

    Gelo nelle vene.

    Piango.

    Mi dice che ci sono problemi e non ha alternative.

    Piango.

    Mi dice che tornerà a casa la sera, prima che può.

    Piango.

    Piango e mi chiedo come farò.

    È il 4 dicembre. Il condominio è una tomba. Io non guido perché ho i punti che fanno ancora male.

    Familiari non pervenuti. Amici impegnati o troppo lontani. A parte Flavia, che avrebbe fatto più di 300 km pur di aiutarmi e che avrà sempre un posto speciale nel mio cuore.

    Mi dico che se mi è capitata questa situazione è perché posso sostenerla.

  • La mia bimba era ancora un fagiolino

    La mia bimba era ancora un fagiolino

    Qualche giorno fa raccontavo ad un’amica come è nata Mamma Reiki e l’ho vista commuoversi.

    In effetti anche a me si riempiono gli occhi di lacrime quando mi penso nella mia depressione post parto.

    La solitudine che è stata amica preziosa in alcune fasi della mia vita era diventata un macigno troppo pesante dopo aver partorito.

    Tutto inizia così.

    A novembre 2020 mi trasferisco dal Veneto nell’appartamento del mio amore, a Lignano Sabbiadoro, in Friuli. È un residence estivo, perciò è frequentato solo nei mesi caldi.

    Non ho neanche il tempo di ambientarmi e di sistemare le mie cose che nel mese di aprile, scopro di essere incinta.

    La data presunta del parto è a metà dicembre.

    Le prime tre cose che faccio dopo aver visto il test positivo:

    1. Mando un vocale alla mia amica Erika per chiederle quale deve essere il mio primo passo. Rido come se fossi ubriaca. Lei ride con me condividendo la gioia, ma non mi risponde perché pensa che io stia scherzando.

    2. Compro un sacco di libri per la futura mamma e per il futuro babbo.

    3. Mi cerco un centro di yoga per la gravidanza perché la mia situazione fisica è particolarmente fragile – questo lo pensavo io – e mi voglio preparare a sostenere il peso del pancione e anche il momento del parto.

    4. Avevo detto tre cose, ma la quarta è carina.

    Dopo lo stravolgimento iniziale davanti al test positivo, il mio amore ed io andiamo a pescare. Io lancio, mi addormento e nel frattempo prendo un’orata. Da qui si evince che anche i proverbi possono sbagliare.

    La mia gravidanza è meravigliosa, le mie analisi sono da manuale, la mia età, 44 anni, non incide negativamente, anzi lascia molto stupore, ma io mi sento strana nei confronti di questa creatura sconosciuta che sta arredando la sua casa dentro la mia.

    Non mi ero mai immaginata mamma e sto vivendo tutto momento dopo momento.

    Mi chiedo quale anima avrà deciso di trascorrere la sua esperienza su questo pianeta insieme a me.

    Mi faccio tante domande e poi mi dico che la cosa più intelligente che posso fare per essere ospitale è migliorare tutti gli aspetti di me di cui non vado fiera.

    Inizia così la mia maternità.

    La mia bimba è ancora un fagiolino ma è già la mia maestra.

    E forse è proprio qui che inizia la storia di Mamma Reiki, solo che io ancora non lo so.

  • Hai le mani? Hai tutto quello che serve

    Hai le mani? Hai tutto quello che serve

    Reiki non ha limiti e non ha confini.

    L’ego invece ne ha tanti e tanti se li inventa.

    Ricordo chiaramente le parole della mia maestra Reiki quando, dopo l’iniziazione al primo livello, nel lontano 2006, alla mia domanda: “E ora come faccio a fare reiki se non ho una stanza né un lettino?” mi rispose: «Hai le mani? Hai tutto quello che serve. L’importante è che ti togli di mezzo e ti affidi all’energia.”

    Quanta saggezza in questa risposta. Sono passati vent’anni e mi sembra ieri.

    Mi creavo problemi su tutto. “E se non ricordo le posizioni? E se metto le mani nel posto sbagliato? E se la persona non sente niente? E se sbaglio?”. E questo è proprio il gioco della mente.

    Il trucco, appunto, è avere fiducia nell’energia, che è più intelligente del piccolo ego. Quella con la mente è stata una lotta continua che ho imparato a gestire strada facendo, anzi, trattamenti facendo. Ieri però è arrivata una novità che mi ha scombussolato ed è il motivo per cui sto scrivendo.

    A causa di alcune esperienze vissute, a un certo punto del mio percorso professionale, ho deciso di non fare più reiki a domicilio ma solo nel mio studio oppure a distanza.

    Se mi trovo ospite nello studio di altri, faccio comunque una bella pulizia energetica dell’ambiente.

    Con Sara, ieri, ho vissuto una sensazione nuova. Il suo è lo studio di un’artista, ricco di disegni, simboli, oggetti sacri e non, strumenti per dipingere, creazioni con le piante, candele, campane tibetane, insomma, ogni frammento, in quella stanza, racconta di lei e della sua accesa creatività.

    Ci stavo bene come ospite ma quando ho proposto di farle un trattamento lì, anziché andare nel mio studio, mi sono sentita un pesce fuor d’acqua, fuori dal mio ambiente, nonostante ci fosse una meravigliosa e armoniosa energia d’amore e avessi proposto io stessa di restare lì.

    Ho iniziato a provare fastidio per tutto ciò che vedevo intorno a me, come se niente fosse al posto giusto. Nella mia testa stavo paragonando la sua stanza alla mia.

    Quando me ne sono accorta, e per fortuna sono movimenti mentali di cui prendo coscienza molto velocemente, le ho raccontato quello che stavo vivendo.

    Quel momento è stato grandioso.

    Nel portare alla luce il mio turbamento mi sono accorta dell’inghippo mentale in cui ero finita e ho detto: “L’energia non ha confini, ho le mie mani, ho fiducia, ho tutto ciò che serve!”

    Ed è stato un trattamento meraviglioso per entrambe.

  • Il ciclo non è una linea retta

    Il ciclo non è una linea retta

    Ho acceso il PC, ho aperto la mia to-do list, ho fissato il monitor per un po’ e poi sono andata in cucina a prepararmi una fetta croccante di segale con burro e marmellata di mirtilli.

    Quattro volte.

    Ne ho mangiate quattro.

    Quindi ho guardato l’app che monitora il mio ciclo mestruale e ho capito. Si chiama ciclo, infatti, non linea retta, e ogni fase ha le sue peculiarità.

    Che bello conoscere il proprio ciclo mestruale! Il primo libro che mi ha mostrato quella che mi è sempre sembrata una condanna – per i dolori atroci che ho sempre avuto – è Luna Rossa di Miranda Gray.

    Secondo la sua visione, in questo momento sono nella fase dell’incantatrice.

    L’energia non è più proiettata all’esterno per nutrire gli altri ma si orienta verso l’interno. Emerge la mia verità interiore, sento il bisogno di tagliare i rami secchi ovvero tutte quelle relazioni che non mi arricchiscono ma anzi, sono manipolatorie e depauperanti.

    Il mio sentire è più potente, come se avessi alzato l’antenna.

    È importante per me rispettare i miei ritmi.

    Sono lenta in alcune cose e veloce in altre.

    E va bene così.

    Sento che sto preparando il terreno per nuovi germogli.

    Sto proteggendo la mia essenza e ne sono consapevole.

    Un trattamento reiki sul mio lettino, con i miei incensi preferiti e la mia copertina morbidosa, è una delle coccole che amo di più in questo periodo del ciclo.

    Per anni ho vissuto il ciclo come qualcosa da sopportare.

    Oggi provo ad ascoltarlo come si ascolta una stagione.

    Non sempre ci riesco.

    Ma ogni volta che rispetto il mio corpo, sento che sto facendo qualcosa di buono.