Mi sveglio e guardo l’orologio. Sono le cinque del mattino.
Gaia dorme annodata a me e penso che fra poco dovrò spostare il braccio perché inizio a non sentirlo più. Non è più così piccina ormai. Le sue gambette, con il caldo, si sono anche appiccicate alla mia gamba.
Urge un cambio di posizione.
Mi sposto e la copro con il lenzuolo. Lei si scopre, mi raggiunge e mi si butta di nuovo sopra. Mi solletica il naso con i capelli. Cerco di recuperare i miei arti senza smuoverla troppo. Vorrei che continuasse a dormire le sue ore.
La guardo. Mi piace molto osservarla.
Da quando è nata ho notato tutti i suoi cambiamenti, i suoi passaggi, le sue paure, le sue dinamiche.
Nel periodo dell’allattamento, quando si attaccava al seno, ciucciava con molta forza e molto di più, nei momenti di crescita. Quei momenti che vengono chiamati scatti di crescita.
Io sentivo il cambiamento nei suoi modi di fare e sentivo anche quanto avesse bisogno di me, della mia presenza e della mia accoglienza. Ogni volta che si attaccava a me come una colla dicevo: “sta cambiando qualcosa” e infatti c’era sempre una novità, un gioco nuovo che finalmente le riusciva, un passo in più, un cambio di espressione.
Ora ha quattro anni e mezzo e non la allatto più ma sento gli stessi progressi.
Sono felice che dormiamo tutti insieme nel nostro letto a tre piazze. La sera si fa due coccole con il suo babbo e dopo viene a dormire nel mio abbraccio.
Le carezze, i baci, i massaggini, sono parte di una routine quotidiana di benessere che rafforza corpo, mente e spirito.
Le ho sempre detto che la bellezza vera nasce dentro, nel cuore e poi si vede fuori.
Che il nostro sistema immunitario è più forte se ci manifestiamo il bene che ci vogliamo.
Che ridere fa bene a tutto.
E lei si sveglia col sorriso e si addormenta dopo una bella risata.
Sta crescendo e me ne accorgo dalle spinte che mi da. Quando siamo a letto, pigia come se volesse tornare uno con me.
Ed io lo so che sta attingendo sicurezza, gliela leggo negli occhi la mattina, gliela leggo nelle frasi di riposta che dà durante le conversazioni a me o al suo babbo.
Intanto sono le cinque e mezzo e penso a quanto sono fortunata di poterla avere addosso e penso a quanto sia fortunata lei di avere due genitori che la considerano una persona da quando è nata.
Nella posizione in cui sono, mi sembra di essere un albero che protegge il suo frutto con i rami e che lo nutre con le sue foglie. Sento una forte appartenenza a madre terra. Sento che in questo abbraccio nutro la mia piccina di ciò di cui ha più bisogno. Sicurezza, calore e regolazione emotiva.
Pazienza per le posizioni strambe.
Il frutto acerbo, un po’ alla volta, sarà maturo.



