Autore: michelapierallini

  • Mamma! Mamma! Mamma!

    Mamma! Mamma! Mamma!

    Mammm-mma, maaaaa-mma. Il primo mamma ti scioglie, ti commuove, ti catapulta in una dimensione nuova e sconosciuta, un viaggio verso un ignoto d’amore.

    È quando cominciano le domande, e le pretese, che la parola mamma vorresti non esistesse più, almeno è così per me.

    Non mi sono mai divertita a contare le volte che la mia piccola m’ha chiamato mamma nell’arco di un’ora, figurarsi una giornata.

    Mamma, ho fame. Mamma, ho sete. Mamma, guarda il mio disegno. Mamma, vieni a giocare? Mamma, guarda come sono bella. Mamma, dov’è la mia spazzola? Mamma, che fai a pranzo? Mamma, quando apre la piscina? Mamma, mi posso mettere il costume nuovo? Mamma, guarda, me lo sono già messo. Mamma, ma quando torna babbo? Mamma, ma dov’è andato babbo? Mamma, ma perché babbo è uscito? Mamma, posso mangiare un biscotto? Mammaaaa (pianto singhiozzante in sottofondo) Mamma, il biscotto si è rotto. Buaaaah. Mamma, ne posso prendere un altro? Mamma, non riesco ad aprire il barattolo, ma non voglio che mi aiuti. Mamma, mi apri te il barattolo? Mamma, ma ora è aperta la piscina? Mamma, ma che ore sono? Mamma, vieni a disegnare con me? Mamma, andiamo al parco? Mamma!… …

    Questo da un po’ di tempo è il mio sabato mattina.

    Ammetto di averne avuti di peggiori, comunque.

  • Ho smesso di insultarmi

    Ho smesso di insultarmi

    Sono una stupida. Sono stata una scema. Sono proprio una cretina. Non capisco nulla. Non ho capito nulla.

    Basta!

    A un certo punto del proprio percorso di vita bisogna cambiare il modo di parlarsi.

    Non ce ne rendiamo conto. Abbiamo parole di affetto, di amore, di conforto, di incoraggiamento, di sostegno e di supporto per tutti, ma non per noi. No, per noi no. Noi ci tiriamo fuori dal sentirci meritevoli.

    Noi abbiamo una categoria di parole esclusive che ci ripetiamo: scema, stupida, cretina, imbecille.

    Io l’ho fatto per anni. Ogni volta che qualcosa non andava come avevo immaginato, ogni volta che mi trovavo invischiata in una relazione tossica uguale alla precedente, ogni volta che mi trovavo una porta chiusa in faccia o quando scoprivo che quella che consideravo una sorella mi sparlava alle spalle. In tutte le occasioni in cui non sono stata bene, mi sono trattata male.

    Basta!

    Inutile dire che siamo persone buone, che non facciamo male a nessuno. Perché io, a me, del male l’ho fatto.

    Non si può trattarsi male e aspettare che qualcuno fuori ci tratti bene. Non funziona così.

    Quando io riconosco il mio valore, non ho più bisogno di rincorrere il riconoscimento dagli altri.

    Ma devo prima amarmi e, soprattutto, rispettarmi.

  • Comprendo e chiudo la porta

    Comprendo e chiudo la porta

    Il non detto in una relazione divide più di ogni altra parola. Un’offesa, un’esternazione colorita, una litigata, almeno tirano fuori il nodo, mettono in luce il sommerso. C’è sempre tempo per fare “la pace”.

    Ma il non detto, che resta lì come un pasto indigesto, nascosto, pronto a uscire dopo mesi, anni, è qualcosa a mio avviso di terribile, perché nel frattempo ha creato un marciume silente. Che schifo. Il non detto fa parte dell’immaturità.

    “Non te lo dico, perché non mi prendo la responsabilità delle mie azioni, di me stesso, e do la colpa a te, di tutto. Do la colpa a te mentre osservo come ti muovi, come cammini, come procedi, come mordi la vita, mentre io resto spettatore passivo. Non vivo, ma sopravvivo.”

    E quando si sceglie di non parlare, di non chiarire, di restare nel risentimento, quel malessere non resta confinato dentro di noi. Tocca inevitabilmente anche chi ti sta accanto.

    Errore, grande errore.

    Finiscono le relazioni dove non si parla, che siano di coppia, di amicizia o di lavoro.

    Questi giochini non fanno più parte della mia vita. Una volta comprendevo e andavo avanti.

    Ora comprendo e chiudo la porta. Proteggo la mia energia, proteggo me.

    Intorno voglio solo limpidezza, maturità e chiarezza.

    Non è più tempo di perdere tempo. E neanche energia.

  • Bagno di latte

    Bagno di latte

    Che meraviglia l’allattamento! L’attacco è perfetto e tutto va alla grande.

    Peccato che io non sappia un bel niente di come funziona la montata lattea, la regolazione, l’ingorgo e tutto quello che riguarda questo incredibile scambio di nutrimento e amore con la mia piccola appena arrivata.

    Una volta a casa mi trovo con i rubinetti aperti e bagnata di latte fino alle ginocchia.

    Chissà perché certe cose si devono scoprire così, un po’ come le mestruazioni, per quanto mi riguarda. Quando le ho avute la prima volta, mi dissero che ero diventata signorina, ma nessuno mi spiegò cosa stava accadendo al mio corpo, come e perché.

    Lo stesso accade ora, per l’allattamento.

    Per fortuna ho letto molti libri durante la gravidanza, ma non ricordo di aver trovato descritti tutti i disagi che una mamma può trovarsi a vivere quando è fuori casa durante il primo periodo post parto.

    Devi uscire con il cambio della piccola, ma anche con il tuo!

    E poi ho sete, tantissima sete, e fame, tantissima fame. Ho messo in camera un cesto pieno di frutta fresca, frutta secca, grissini, crackers, qualcosa di comodo che riesco a mangiare anche a letto. Ho acquistato camicie da notte in più per avere il ricambio.

    Anche perché il latte è grasso e quando ti si asciuga addosso ha un odore sgradevole, perciò ogni volta che ti bagni ti devi cambiare.

    Eh sì, ti dovresti anche lavare, ma non sempre lo puoi fare. Io non riesco a farmi una doccia se non c’è in casa il mio compagno.

    E non dimentico quella ragazza che un giorno mi disse: “Esagerata, e cosa ci vorrà a farti una doccia?” e io risposi: “Magari ad altre mamme riesce, ma a me no.”