Autore: michelapierallini

  • Sono un albero da frutto

    Sono un albero da frutto


    Mi sveglio e guardo l’orologio. Sono le cinque del mattino.

    Gaia dorme annodata a me e penso che fra poco dovrò spostare il braccio perché inizio a non sentirlo più. Non è più così piccina ormai. Le sue gambette, con il caldo, si sono anche appiccicate alla mia gamba.

    Urge un cambio di posizione.

    Mi sposto e la copro con il lenzuolo. Lei si scopre, mi raggiunge e mi si butta di nuovo sopra. Mi solletica il naso con i capelli. Cerco di recuperare i miei arti senza smuoverla troppo. Vorrei che continuasse a dormire le sue ore.

    La guardo. Mi piace molto osservarla.

    Da quando è nata ho notato tutti i suoi cambiamenti, i suoi passaggi, le sue paure, le sue dinamiche.

    Nel periodo dell’allattamento, quando si attaccava al seno, ciucciava con molta forza e molto di più, nei momenti di crescita. Quei momenti che vengono chiamati scatti di crescita.

    Io sentivo il cambiamento nei suoi modi di fare e sentivo anche quanto avesse bisogno di me, della mia presenza e della mia accoglienza. Ogni volta che si attaccava a me come una colla dicevo: “sta cambiando qualcosa” e infatti c’era sempre una novità, un gioco nuovo che finalmente le riusciva, un passo in più, un cambio di espressione.

    Ora ha quattro anni e mezzo e non la allatto più ma sento gli stessi progressi.

    Sono felice che dormiamo tutti insieme nel nostro letto a tre piazze. La sera si fa due coccole con il suo babbo e dopo viene a dormire nel mio abbraccio.

    Le carezze, i baci, i massaggini, sono parte di una routine quotidiana di benessere che rafforza corpo, mente e spirito.

    Le ho sempre detto che la bellezza vera nasce dentro, nel cuore e poi si vede fuori.

    Che il nostro sistema immunitario è più forte se ci manifestiamo il bene che ci vogliamo.

    Che ridere fa bene a tutto.

    E lei si sveglia col sorriso e si addormenta dopo una bella risata.

    Sta crescendo e me ne accorgo dalle spinte che mi da. Quando siamo a letto, pigia come se volesse tornare uno con me.

    Ed io lo so che sta attingendo sicurezza, gliela leggo negli occhi la mattina, gliela leggo nelle frasi di riposta che dà durante le conversazioni a me o al suo babbo.

    Intanto sono le cinque e mezzo e penso a quanto sono fortunata di poterla avere addosso e penso a quanto sia fortunata lei di avere due genitori che la considerano una persona da quando è nata.

    Nella posizione in cui sono, mi sembra di essere un albero che protegge il suo frutto con i rami e che lo nutre con le sue foglie. Sento una forte appartenenza a madre terra. Sento che in questo abbraccio nutro la mia piccina di ciò di cui ha più bisogno. Sicurezza, calore e regolazione emotiva.

    Pazienza per le posizioni strambe.

    Il frutto acerbo, un po’ alla volta, sarà maturo.

  • Ricordati chi sei

    Ricordati chi sei

    Mi presento, sono Michela e sono uno strumento divino. Vuol dire che suono la musica che sceglie qualcun altro. Sarebbe stato bello avere vita facile, ma invece no. Quello che oggi chiamo dono, l’ho sempre creduto una condanna.

    Io sento, sento quello che provi, sento se trattieni qualcosa, sento se hai paura, sento un sacco di cose e vedo. Io vedo. Vedo quello che ho davanti a me, ma vedo anche quello che non c’è, però c’era o ci sarà.

    Vedo le ferite antiche, i blocchi che si trascinano dal passato e quel bambino interiore che urla per essere visto, anche dietro la vita dell’adulto apparentemente più realizzato.

    Io vedo tanto e sento tantissimo, però sto zitta e chiudo gli occhi. Sono un essere umano, mi dico, e invece no, o meglio, sì e no.

    Sono un essere umano divino, come tutti, come tanti, solo che io lo so, so chi sono, so cosa posso fare, so come posso aiutare. Io posso aiutare tanto, tanti, in tante situazioni. Io posso aiutare a prevenire, posso aiutare a guarire, ma non dalle malattie, a guarire dal non ricordare chi sei.

    Perché ho visto che se non ricordi chi sei, ti puoi ammalare, il corpo te lo dice, ti indica una strada nuova, ma tu non la sai interpretare, e allora io sono l’interprete.

    Perché se non ricordi chi sei, continui a pensare di essere quella che i tuoi genitori hanno voluto che tu fossi, o la scuola, gli amici, i generici altri.

    Ma io ti vedo, vedo la tua essenza oltre i condizionamenti e se ti accompagno a ricordarla, tu puoi essere te, per davvero.

    Perché se non ricordi chi sei, vivi una vita di equivoci, paure e incertezze, ma se io ti guido a scoprire chi sei, allora la direzione si fa più chiara e le incertezze fanno meno paura.

    Perché se non ricordi chi sei, quando diventi genitore ti perdi nei trigger di un bambino che diventa uno specchio e state male in tre, tu, il tuo bambino e l’altro genitore. Ma se ti aiuto a fare chiarezza e a liberarti dal tuo passato, il presente lo vivi con più leggerezza.

    Ecco chi sono, un cartello stradale, ti indico dove sei, ti indico come arrivare a te, ti accompagno anche.

    E poi ti do una bussola, una cartina, che ti permette di non perderti più. Io sono Michela, ma principalmente io sono.

  • Mamma! Mamma! Mamma!

    Mamma! Mamma! Mamma!

    Mammm-mma, maaaaa-mma. Il primo mamma ti scioglie, ti commuove, ti catapulta in una dimensione nuova e sconosciuta, un viaggio verso un ignoto d’amore.

    È quando cominciano le domande, e le pretese, che la parola mamma vorresti non esistesse più, almeno è così per me.

    Non mi sono mai divertita a contare le volte che la mia piccola m’ha chiamato mamma nell’arco di un’ora, figurarsi una giornata.

    Mamma, ho fame. Mamma, ho sete. Mamma, guarda il mio disegno. Mamma, vieni a giocare? Mamma, guarda come sono bella. Mamma, dov’è la mia spazzola? Mamma, che fai a pranzo? Mamma, quando apre la piscina? Mamma, mi posso mettere il costume nuovo? Mamma, guarda, me lo sono già messo. Mamma, ma quando torna babbo? Mamma, ma dov’è andato babbo? Mamma, ma perché babbo è uscito? Mamma, posso mangiare un biscotto? Mammaaaa (pianto singhiozzante in sottofondo) Mamma, il biscotto si è rotto. Buaaaah. Mamma, ne posso prendere un altro? Mamma, non riesco ad aprire il barattolo, ma non voglio che mi aiuti. Mamma, mi apri te il barattolo? Mamma, ma ora è aperta la piscina? Mamma, ma che ore sono? Mamma, vieni a disegnare con me? Mamma, andiamo al parco? Mamma!… …

    Questo da un po’ di tempo è il mio sabato mattina.

    Ammetto di averne avuti di peggiori, comunque.

  • Ho smesso di insultarmi

    Ho smesso di insultarmi

    Sono una stupida. Sono stata una scema. Sono proprio una cretina. Non capisco nulla. Non ho capito nulla.

    Basta!

    A un certo punto del proprio percorso di vita bisogna cambiare il modo di parlarsi.

    Non ce ne rendiamo conto. Abbiamo parole di affetto, di amore, di conforto, di incoraggiamento, di sostegno e di supporto per tutti, ma non per noi. No, per noi no. Noi ci tiriamo fuori dal sentirci meritevoli.

    Noi abbiamo una categoria di parole esclusive che ci ripetiamo: scema, stupida, cretina, imbecille.

    Io l’ho fatto per anni. Ogni volta che qualcosa non andava come avevo immaginato, ogni volta che mi trovavo invischiata in una relazione tossica uguale alla precedente, ogni volta che mi trovavo una porta chiusa in faccia o quando scoprivo che quella che consideravo una sorella mi sparlava alle spalle. In tutte le occasioni in cui non sono stata bene, mi sono trattata male.

    Basta!

    Inutile dire che siamo persone buone, che non facciamo male a nessuno. Perché io, a me, del male l’ho fatto.

    Non si può trattarsi male e aspettare che qualcuno fuori ci tratti bene. Non funziona così.

    Quando io riconosco il mio valore, non ho più bisogno di rincorrere il riconoscimento dagli altri.

    Ma devo prima amarmi e, soprattutto, rispettarmi.